Salemme incanta Firenze e il Verdi col suo ‘Bello di papa”
Autore: lorenzo | Data di Pubblicazione: 1 apr, 2008 Ora: 12:36 AM | Categoria: Locali | Leggi i Commenti

Anche se in notevole ritardo, del quale mi scuso, pubblico oggi quello che e’ stato il nostro pre-serata di sabato 8 marzo, festa della donna.
Ringraziando ancora la mitica Valentina; siamo riusciti ad assistere allo spettacolo di Vincenzo Salemme che, anche per la sua ultima data fiorentina al Teatro Verdi, ha registrato il ‘tutto esaurito’.
Lo spettacolo, andato per la prima volta in scena ad Orvieto il 18 Novembre 2006, non ha certo deluso le aspettative, come era logico aspettarsi dal Salemme.

CONTINUA…

BELLO DI PAPA’

COMMEDIA IN DUE ATTI DI VINCENZO SALEMME

con (in o.di.e.)
Marina BIANCAMARIA LELLI – nella prima versione assistente del dottore, che si finge bambina, mentre il ruolo di Marina era affidato ad Antonella Elia.
Antonio VINCENZO SALEMME
Psicoanalista GIOVANNI RIBO’
Emilio MASSIMILIANO GALLO
Attilio, fratello di Antonio DOMENICA ARIA
Sheila, moglie di Attilio ROSA MIRANDA
L’odontotecnico ANTONIO GUERRIERO
La paziente ROBERTA FORMILLI
La mamma di Antonio ADELE PALDOLFI
Signor Stoppini FRANCO CORTESE

Scene ALESSANDRO CHITI
Costumi MARIANO TUFANO
Musiche ANTONIO BOCCIA

La vicenda.
Si apre il sipario e subito compare la scenografia disegnata da Alessandro Chiti: un moderno e a tratti minimale appartamento, con soppalco e camere al piano di sopra, con arredo elegante e di qualita’, quasi a ricordare l’abitazione del mitico ‘Manuel’ di ‘Borotalco’, film di Carlo Verdone.
E i due personaggi che reggono la scena sono Antonio (Salemme), moderno e al passo coi tempi, legato al suo lavoro di dentista e ai suoi divertimenti che la vita gli consente di godersi, dalla bici alla canoa, attaccato al suo tempo libero, alla sua indipendenza ed anche ai suoi beni materiali; e la sua fidanzata Marina, donna piu’ tradizionale e con il desiderio di famiglia.

Lo scontro tra i due si evidenzia proprio su questo tema: la famiglia e i figli; con Antonio che ‘non ne vuole proprio sapere’.
La fermezza di Antonio e’ pero’ scalfita dall’arrivo in casa sua di Emilio, suo vecchio amico, che e’ stato ricondotto attraverso l’ipnosi ad uno stadio infantile, cura ideata da un fantomatico psicanalista, per cercare di superare i suoi problemi, legati all’essere diventato orfano da piccolo e soprattutto alla mancanza di una figura paterna.
Del ruolo di figura paterna per Emilio viene appunto insignito Antonio, che suo malgrado e’ costretto ad accettare, e ad ospitare quindi questo suo ‘figlio’ a casa sua per tutta la durata della terapia, con tanto di psicanalista al seguito.

Si susseguono esilaranti scene comiche e divertenti, con doppi sensi e battute anche originali, alle quali il pubblico non riesce a trattenersi dal ridere e dall’applaudire continuamente (anche se, a dire il vero, al Teatro Verdi l’altra sera molti in sala hanno esagerato col baccano).

All’inizio del secondo atto, il pubblico scopre invece la realta’ della questione; e cioe’ che si tratta di una messa in scena architettata dalla fidanzata di Antonio, Marina, al solo fine di abituarlo all’idea di avere un figlio e di paternita’.
Antonio non riesce invece ad entrare nel ruolo ed anzi, viene condotta all’isterismo da tutta questa situazione.
Durante il secondo atto, molte scene appaiono anche un po’ lente, con una comicita’ basata su stereotipi (i figli che in eta’ adolescenziale parlano un linguaggio tutto loro e fanno cose strane, i trentenni che non vogliono lasciare la casa dei genitori – come se fosse facile per tutti avere trecento mila euro per acquistare una casa – o la sindrome di Peter Pan – ci sarebbe poi da chiedersi se e’ piu’ immaturo chi decide di non avere figli perche’ non vuole rinunciare alla propria vita o chi decide di averli solo perche’ e’ una fatto dovuto, perche’ ‘fanno tutti cosi” o perche’ ‘prima o poi, e’ logico…’).
La storia di per se’ non ha una grande trama, e ai piu’ e’ apparsa spesso anche superflua la presenza di alcuni personaggi, palesemente sistemati a corredo del vero mattatore della serata: Vincenzo Salemme.
Molte delle comparse identificano infatti figure stereotipate, come avveniva per la commedia dell’arte, tra cui appare lo Psicanalista tutto chiacchere e avidita’; la Cognata dalla forte connotazione partenopea, intenta solo all’eredita’ della famiglia e pronta sempre ad urlare, alzare le mani, intimidire, aggredire, vestita con capi eccentrici, leopardati e dorati (qui la battuta: ‘Ma chi e’ il tuo stilista? – Il mio stilista e’ Cavall…aro’) e dal nome emblematico di Sheila; sposata col fratello di Antonio, Attilio, per contro debole e sottomesso alla moglie, col tipico aspetto magro, smunto in viso, deperito e avvilito, tipico da ‘sfigato’; l’odontotecnico assistente di Antonio, trentenne che non vuole lasciare la casa dei genitori perche’ ‘(..) dotto’, mangio e dormo a gratisse, ma chi mo fa fa’ dand’ammene? (..)’; o la madre di Antonio, che manifesta senza pudore l’aver tradito piu’ volte il padre del protagonista.

Lo spettacolo, e’ quindi impostato sul ruolo centrale interpretato da Salemme, con la classica comicita’ che prende spunto dalle battute ciniche e grottesche dell’individuo portato all’isterismo, all’essere antipatico e ad avercela con tutti, in generale.

Il colpo di scena e’ nel finale, come appartiene alla classica scuola teatrale napoletana, con la comicita’ che lascia spazio alla tragedia, e alla riflessione.
Qui, infatti, l’atteggiamento portato alle estreme conseguenze da Emilio (che finge il suicidio, con conseguente malore e senso di colpa da parte di Antonio) crea il trambusto nell’esistenza interiore di Antonio, amplificato al momento in cui cade tutto il castello di carte messo in piedi dalla fidanzata.
Come gia’ aveva fatto in ‘E fuori nevica!’ – commedia del 1995, dove il tentativo di due fratelli di far internare il terzo, malato di mente, per dividersi l’eredita’ di famiglia si conclude invece con questi che li avvelena insieme a se, per tenerseli sempre vicini, passando dalla comicita’ delle battute alla riflessione sul senso di solitudine dei ‘diversi’ e sul calore umano – anche qui, Salemme, costruisce l’ultima scena senza che il pubblico possa sorridere, ma lasciandolo perplesso su temi piu’ intimisti.

Venuto a sapere del tranello architettatogli alle sue spalle, e deluso dall’inganno tramato e subito, con freddo senso della realta’, Antonio umilia i suoi ‘cari’ che in realta’ lo volevano cambiare mostrando loro come lo hanno fatto diventare: autoritario, ostile, sadico e crudele, e violento col figlio…tutto a seguito del continuo tentativo di plasmarlo, al quale e’ stato subito.

Il finale risulta cosi’ discostarsi notevolmente dalla commedia leggera, lasciando lo spettatore immerso in mille domande.

Emblematica la frase in cui Antonio afferma che ‘(..) le mamme vogliono che i padri siano severi e autoritari, solo per poter dire ai figli, nei casi in cui non vengano accontentati dai padri, che non e’ colpa loro ma si sa, papa’ e’ fatto cosi’ (..)’ come a dire che, estendendo piu’ ad ampio raggio il discorso, chi cerca di cambiare le persone non lo fa altro che per se stesso, e per i propri fini.

Fel.

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